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Mio figlio non risponde quando lo chiamo: 6 segnali indispensabili per capire se è distrazione o altro
Una guida per osservare con precisione, prima di temere il peggio o minimizzare troppo in fretta.
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Risposta rapida
Se tuo figlio non risponde quando lo chiami, la prima cosa da sapere è questa: la mancata risposta al nome ha molte possibili spiegazioni, dalla semplice distrazione (assorbimento profondo in un’attività) a una difficoltà uditiva, fino a un segnale più ampio legato all’attenzione condivisa. Prima di chiederti “perché non mi sente?”, vale la pena osservare: risponde in alcune condizioni sì e in altre no? Cosa fa nei momenti in cui non risponde? Questo articolo ti aiuta a distinguere questi scenari con più precisione.
Se tuo figlio non risponde quando lo chiami, osservare in quali condizioni la risposta manca (e in quali invece arriva) è il primo passo per capire cosa sta succedendo davvero.
Il momento in cui hai iniziato a chiederti se ti sentisse
Forse l’hai chiamato tre, quattro volte, alzando gradualmente la voce, mentre lui restava concentrato sul suo gioco come se tu non fossi nella stanza. O forse è successo al parco, quando altri bambini si giravano al richiamo dei loro genitori e il tuo no.
Da quel momento hai iniziato a farci caso di più. E più ci facevi caso, più ti sembrava che succedesse spesso.
Quando un figlio non risponde quando lo si chiama, è naturale che il genitore inizi a preoccuparsi, pensando all’udito, all’attenzione o a qualcosa di più profondo. Questa guida non è qui per escludere nessuna di queste ipotesi in partenza. È qui per aiutarti a osservare con più precisione, così da capire quale scenario è più probabile.
Rispondere al proprio nome non è un singolo atto
Rispondere quando si viene chiamati sembra un gesto semplice, ma in realtà richiede diverse competenze che lavorano insieme: sentire il suono, riconoscerlo come il proprio nome, distogliere l’attenzione da ciò che si sta facendo, e orientarsi verso chi chiama.
Ognuno di questi passaggi può essere, in un dato momento, più o meno disponibile. Un bambino profondamente assorto in un gioco che ama può semplicemente non “staccare” l’attenzione, non perché non senta, ma perché il suo sistema attentivo è momentaneamente tutto rivolto altrove.
Quando un figlio non risponde quando lo si chiama, la domanda più utile non è “perché non risponde mai?”, ma: in quali condizioni risponde, e in quali no?
Da ricordare
La mancata risposta al nome non è quasi mai un fenomeno tutto o niente. Un bambino che non risponde durante il gioco libero ma risponde subito quando è a tavola, o quando sente un rumore inaspettato, sta mostrando che il suo sistema uditivo e attentivo funziona: semplicemente, in certe condizioni, l’attenzione è altrove. Non si guarda solo se un figlio non risponde: si guarda in quali momenti succede.
Non sentire, non riconoscere, non orientarsi.
Tre passaggi diversi, tre possibili spiegazioni.

Cosa ci si aspetta, per età
La risposta al nome è una delle tappe più studiate dello sviluppo comunicativo precoce, anche perché è tra i primi segnali osservabili di attenzione condivisa. La tabella che segue è uno strumento di osservazione, non un test diagnostico.
| Età | Cosa ci si aspetta | Segnali da osservare con attenzione |
|---|---|---|
| 6-9 mesi | Risposta ai suoni ambientali, si gira verso voci familiari | Assenza di reazione a suoni forti e improvvisi |
| 9-12 mesi | Inizia a rispondere al proprio nome, almeno in alcune occasioni | Nessuna risposta al nome, anche in condizioni di calma e vicinanza |
| 12-18 mesi | Risponde al nome nella maggior parte delle occasioni, anche a distanza | Risposta assente o molto incostante anche in contesti favorevoli |
| 24 mesi | Risponde in modo affidabile, distoglie lo sguardo dall’attività per orientarsi verso chi chiama | Continua incostanza; nessun miglioramento rispetto a mesi precedenti |
Attenzione
Queste finestre sono indicative e non sostituiscono una valutazione clinica. Il segnale più significativo non è un singolo episodio isolato, ma un’incostanza persistente della risposta al nome anche in condizioni favorevoli (bambino calmo, non impegnato in un’attività assorbente, chiamato a distanza ravvicinata) oltre i 12 mesi.
Mio figlio non risponde quando lo chiamo “ma se lo tocco si gira subito”: cosa significa
Una frase molto frequente tra i genitori è: “se lo chiamo non risponde, ma se lo tocco sulla spalla si gira subito”.
Questo dato è importante. Un bambino che si orienta prontamente a un contatto fisico, o a uno stimolo visivo (per esempio ti vede muoverti con la coda dell’occhio), sta mostrando che il suo sistema di orientamento funziona. Il problema, se c’è, sembra riguardare specificamente il canale uditivo o il riconoscimento del proprio nome come richiamo, non l’orientamento in generale.
Questa distinzione, tra “non si orienta mai” e “non si orienta al suono ma sì al tatto o alla vista”, è un’informazione che vale la pena portare a un professionista, se decidi di approfondire.
Come osservare questa differenza? Alcuni esempi pratici:
- Chiamalo da dietro, senza che ti veda, mentre è tranquillo (non impegnato in un gioco assorbente): risponde?
- Prova con un suono diverso dal nome, come un rumore inaspettato: reagisce?
- Osserva se la risposta cambia in base al momento della giornata (stanchezza, fame) o al contesto (casa, luogo nuovo)
Domanda da porti
Quando dici “mio figlio non risponde quando lo chiamo”, stai osservando l’assenza di risposta al suono in generale, o specificamente al richiamo verbale mentre è concentrato su qualcos’altro? Sono due situazioni diverse, e distinguerle aiuta a capire se orientarsi prima verso un controllo dell’udito o verso un’osservazione più ampia dello sviluppo.

Cosa osservare, concretamente
Prima ancora di temere il peggio, ci sono alcune domande che possono aiutarti a osservare con più precisione.
Sull’udito
- Reagisce a suoni forti e improvvisi (una porta che sbatte, un oggetto che cade)?
- Ha mai avuto otiti frequenti o accumuli di cerume segnalati dal pediatra?
- Ha già effettuato uno screening uditivo neonatale, e con quale esito?
Sulla risposta al nome
- Risponde in alcuni contesti (a tavola, prima di dormire) e non in altri (durante il gioco)?
- La risposta è migliorata, peggiorata o rimasta uguale nel tempo?
- Si orienta verso stimoli visivi o tattili anche quando non risponde al richiamo verbale?
Sulla comunicazione più in generale
- Guarda negli occhi in altri momenti della giornata?
- Indica per mostrarti qualcosa che lo interessa?
- Usa parole o vocalizzazioni intenzionali per comunicare?
Se tuo figlio non risponde quando lo chiami e hai notato anche difficoltà nell’attenzione condivisa, nel gesto di indicare o nel contatto visivo, è consigliabile richiedere una valutazione precoce.
Le 6 cose da osservare
Checklist di osservazione
- Mio figlio non risponde quando lo chiamo durante il gioco, ma risponde in altri momenti
- Mio figlio non risponde quando lo chiamo, ma si gira se lo tocco o mi vede
- Mio figlio non risponde quando lo chiamo, ma reagisce a suoni forti e improvvisi
- Mio figlio non risponde quando lo chiamo, ma guarda negli occhi in altri contesti
- Mio figlio non risponde quando lo chiamo, ma indica per mostrarmi le cose
- Mio figlio non risponde quando lo chiamo, ma la situazione non è peggiorata nel tempo
Cosa osservare
Non tutte le risposte negative a queste domande hanno lo stesso peso. Ma se noti più di una assenza, soprattutto insieme (per esempio nessuna risposta al nome e nessun contatto visivo in altri contesti), vale la pena parlarne con il pediatra e con un professionista dello sviluppo infantile.
I segnali che meritano attenzione precoce, a qualsiasi età
Indipendentemente dall’età, esistono alcuni segnali per i quali le linee guida pediatriche suggeriscono un approfondimento tempestivo. Non sono indicatori certi di nulla, ma sono elementi che i professionisti dello sviluppo considerano rilevanti.
- Assenza totale e persistente di risposta al nome oltre i 12 mesi, anche in condizioni favorevoli (bambino calmo, chiamato da vicino)
- Assenza di reazione a suoni forti e improvvisi, che può indicare una difficoltà uditiva da verificare con un controllo specifico
- Combinazione con altri segnali di attenzione condivisa assente: nessun gesto di indicare, contatto visivo raro, nessun interesse a mostrare oggetti
- Regressione: il bambino rispondeva prima e ha smesso di farlo
- Peggioramento progressivo nel tempo, invece di un miglioramento graduale atteso con la crescita
Errore comune
Saltare direttamente all’ipotesi più temuta, spesso legata all’autismo, senza prima escludere una causa più semplice e frequente come un problema uditivo transitorio (per esempio legato a otiti ricorrenti), rischia di generare ansia inutile o, al contrario, di far perdere tempo prezioso se il controllo dell’udito viene rimandato. Il primo passo concreto e poco invasivo è quasi sempre un controllo audiologico.

Cosa puoi fare nel quotidiano (e cosa è meglio evitare)
Prima ancora di qualsiasi valutazione, ci sono alcune cose che possono aiutarti a osservare meglio, e altre che è meglio evitare perché non aggiungono informazioni utili.
Cosa può aiutare
- Avvicinarsi prima di chiamare: chiamare da vicino, con un tono normale, invece che a distanza e a voce alta, permette di capire meglio se il problema è uditivo o legato all’assorbimento nell’attività
- Osservare in diversi momenti della giornata: annotare quando risponde e quando no aiuta a individuare un pattern, non un’impressione generale
- Prenotare un controllo audiologico: è un esame semplice, non invasivo, che permette di escludere rapidamente una causa uditiva
- Parlarne al pediatra durante il controllo di routine: descrivendo esempi concreti, non solo l’impressione generale
Cosa è meglio evitare
- Chiamarlo ripetutamente e sempre più forte, aumentando la frustrazione reciproca senza aggiungere informazioni
- Concludere autonomamente una diagnosi cercando su internet in base a un singolo episodio
- Rimandare il controllo dell’udito pensando che “passerà da solo”, se l’assenza di risposta è persistente
- Etichettarlo come “disubbidiente” davanti a lui quando la causa potrebbe non essere comportamentale
Quando chiedere una valutazione
Non esiste un momento “perfetto” per chiedere una valutazione. Ma esistono situazioni in cui è chiaramente utile non aspettare:
- Se sono presenti uno o più dei segnali elencati nella sezione precedente
- Se la mancata risposta al nome si accompagna ad altri segnali di attenzione condivisa assente
- Se il controllo audiologico esclude un problema uditivo ma il dubbio resta
- Se c’è stata una regressione rispetto a una risposta precedente più costante
Da ricordare
Chiedere una valutazione non significa dare per scontato un problema grave. Significa procedere per esclusione, partendo dalla causa più semplice e frequente, per arrivare, se necessario, a un quadro più completo dello sviluppo comunicativo di tuo figlio.
In Italia il primo passo è quasi sempre il pediatra, che può indirizzare verso un controllo audiologico per escludere problemi uditivi. Se l’udito risulta nella norma ma il dubbio persiste, le figure di riferimento per una valutazione più ampia sono il neuropsichiatra infantile e, per la componente linguistica, il logopedista.
Non rispondere non è sempre non ascoltare
Uno degli errori più frequenti, comprensibile e fatto in buona fede, è interpretare subito la mancata risposta come un rifiuto, un dispetto o un segnale allarmante.
La realtà è più sfumata. Un bambino che non risponde può essere profondamente assorto, può avere un orecchio momentaneamente meno efficiente, o può semplicemente aver bisogno di un richiamo diverso da quello che stai usando.
Il tuo compito, come genitore, non è forzare una risposta immediata. È osservare con curiosità le condizioni in cui la risposta arriva e quelle in cui manca, e usare queste informazioni per capire il passo successivo più utile, un controllo dell’udito, un cambiamento nel modo di chiamarlo, o un approfondimento più ampio.
Passo successivo
Hai ancora dubbi su tuo figlio?
Ogni bambino ha un proprio modo di rispondere e di stare nel mondo, in parte unico. Le informazioni generali servono a orientarti, ma capire davvero cosa sta succedendo a tuo figlio richiede uno sguardo specifico su di lui. Il Profilo Unico è pensato per questo: un’analisi approfondita basata su osservazione e ascolto, che ti restituisce un quadro chiaro di ciò che sta già costruendo e di ciò che potrebbe beneficiare di un supporto.
Domande frequenti
A che età un bambino dovrebbe rispondere al proprio nome?
La risposta al nome inizia a comparire generalmente tra i 9 e i 12 mesi, e diventa più costante e affidabile entro i 18-24 mesi, anche in situazioni di distanza o distrazione moderata. Un’assenza persistente oltre i 12 mesi, in condizioni favorevoli, è un segnale che merita attenzione.
Mio figlio non risponde quando lo chiamo ma reagisce se lo tocco: è comunque un problema di udito?
Se il bambino si orienta prontamente al tatto o a uno stimolo visivo ma non al richiamo verbale, questo suggerisce che il problema, se presente, riguarda specificamente il canale uditivo o l’attenzione al suono, non l’orientamento in generale. Un controllo audiologico resta comunque il modo più affidabile per verificarlo.
La mancata risposta al nome è sempre un segnale di autismo?
No. La mancata risposta al nome può avere diverse cause, tra cui una semplice distrazione legata al gioco, una difficoltà uditiva transitoria o permanente, oppure, in alcuni casi, far parte di un quadro più ampio di attenzione condivisa ridotta che può essere associato all’autismo. Non è un segnale specifico da solo, ma è considerato uno degli indicatori precoci utili nello screening dello sviluppo, soprattutto se combinato con altri segnali.
Come posso controllare se mio figlio ci sente bene?
Il pediatra può indirizzarti verso un controllo audiologico, un esame semplice e non invasivo che misura la capacità uditiva. È il primo passo consigliato quando la mancata risposta al nome è persistente, perché permette di escludere rapidamente una causa uditiva prima di considerare altre ipotesi.
Perché mio figlio risponde in alcuni momenti e non in altri?
È molto comune. Un bambino profondamente assorto in un’attività può temporaneamente non orientarsi verso un richiamo, senza che questo indichi un problema. Ciò che è più informativo è osservare se la risposta arriva almeno in alcune condizioni (bambino calmo, chiamato da vicino) piuttosto che essere assente in modo totale e costante.
Quando chiedere una valutazione più ampia dello sviluppo?
Quando la mancata risposta al nome si accompagna ad altri segnali, come assenza del gesto di indicare, scarso contatto visivo o mancanza di interesse a condividere attenzione, oppure quando il controllo audiologico esclude un problema uditivo ma il dubbio persiste. In questi casi, una valutazione più ampia può aiutare a capire il quadro complessivo.
A chi rivolgersi se mio figlio non risponde quando lo chiamo?
Il primo interlocutore è il pediatra, che può indirizzare verso un controllo audiologico. Se l’udito è nella norma ma restano dubbi sullo sviluppo comunicativo, le figure di riferimento sono il neuropsichiatra infantile e il logopedista.
Fonti scientifiche
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